Si nascondeva a Terni a casa di parenti, forse un cognato, il latitante della camorra Emilio Di Caterino, 34 anni, detto "CAPA GROSSA",ritenuto uno dei luogotenenti di Giuseppe Setola, il boss dei Casalesi 'scissionisti' ricercato per la strage degli immigrati a Castel Volturno. Lo hanno arrestato nel pomeriggio i carabinieri. A suo carico ci sono tre ordinanze di custodia firmate dal gip di Napoli nei mesi scorsi con le accuse di associazione mafiosa e tentativo di estorsione: pur non essendo accusato formalmente di alcun omicidio, secondo gli inquirenti sarebbe coinvolto in diversi agguati messi a segno negli ultimi tempi dal gruppo di Setola. Di Caterino, forse non a caso, si sarebbe rifugiato in Umbria poco dopo la strage di Castel Volturno dove furono uccisi sei immigrati africani. Si era stabilito con la moglie e i tre figli in un appartamento a Rivo, alla periferia di Terni, dove non sono state trovate armi. E' qui che hanno fatto irruzione una quindicina di carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna e di altri reparti della Campania. Il latitante era privo di documenti. Dopo gli ultimi duri colpi assestati alla camorra dalle forze di polizia, l'attenzione degli investigatori si era concentrata soprattutto su due pericolosi ricercati del gruppo degli scissionisti del clan Bidognetti: Setola e Di Caterino, appunto. Latitanti definiti ''molto armati e molto determinati a non farsi catturare''. A ricostruire il percorso criminale di Di Caterino e' stato di recente Oreste Spagnuolo, fino a pochi giorni fa uno degli affiliati al clan e oggi pentito. Ai pm Spagnuolo ha raccontato che ''il mio gruppo ha sempre fatto capo a Bidognetti Francesco'', detto 'Cicciott' e mezzanotte', da tempo detenuto, ''e alle persone che lo rappresentano sul territorio''. ''So che in un periodo immediatamente antecedente alla mia affiliazione'', che risale al 2000, ''il capo era Giuseppe Setola, ma questi fu arrestato pochi giorni prima che io entrassi a far parte del gruppo''. Subito dopo ''il referente del capo recluso'' sarebbe diventato Alessandro Cirillo, che gesti' il gruppo ''almeno fino all'inizio della sua latitanza, collegata al pentimento di Domenico Bidognetti... Due giorni dopo la notizia del suo pentimento Alessandro Cirillo si rese latitante e la gestione del clan passo' a Massimo Alfiero e Emilio Di Caterino'', per poi tornare saldamente nelle mani di Setola, dopo la sua evasione. Ai pm Spagnuolo ha fatto nomi e cognomi non solo degli affiliati veri e propri, ma anche di persone ''a disposizione'' del clan. Il gruppo ''si strinse attorno a Setola, che scelse Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e me. Praticamente eravamo noi quattro a fare tutto ma ovviamente avevamo una rete di persone che agivano per noi, una dozzina di persone; alcune di queste erano affiliate, stipendiati per poco meno di duemila euro al mese, ed altri erano semplicemente a disposizione, traendo profitto ed essendo legati al capo per amicizia e timore''. Tra le persone ''affiliate - racconta ancora il pentito - vi erano Emilio Di Caterino, Massimo Alfiero, tale Luigi Natale detto 'o' marano' di Casal di Principe, Metello Di Bona, Davide Granata, Giuseppe Guerra di San Marcellino, Massimo Amatrudi (per un periodo breve), Carletto Di Raffaele, Giuseppe Gagliardi), Pasquale Musciarella, Antonio Alluce ed altre che conosco di nome''. Tutte ''persone che 'giravano', nel senso che raccoglievano le tangenti per nostro conto e ce le consegnavano.
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martedì 21 ottobre 2008
Arrestato un altro pezzo grosso del gruppo dei Casalesi di Giuseppe Setola: Emilio Di Caterino, detto "capa grossa".
Si nascondeva a Terni a casa di parenti, forse un cognato, il latitante della camorra Emilio Di Caterino, 34 anni, detto "CAPA GROSSA",ritenuto uno dei luogotenenti di Giuseppe Setola, il boss dei Casalesi 'scissionisti' ricercato per la strage degli immigrati a Castel Volturno. Lo hanno arrestato nel pomeriggio i carabinieri. A suo carico ci sono tre ordinanze di custodia firmate dal gip di Napoli nei mesi scorsi con le accuse di associazione mafiosa e tentativo di estorsione: pur non essendo accusato formalmente di alcun omicidio, secondo gli inquirenti sarebbe coinvolto in diversi agguati messi a segno negli ultimi tempi dal gruppo di Setola. Di Caterino, forse non a caso, si sarebbe rifugiato in Umbria poco dopo la strage di Castel Volturno dove furono uccisi sei immigrati africani. Si era stabilito con la moglie e i tre figli in un appartamento a Rivo, alla periferia di Terni, dove non sono state trovate armi. E' qui che hanno fatto irruzione una quindicina di carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna e di altri reparti della Campania. Il latitante era privo di documenti. Dopo gli ultimi duri colpi assestati alla camorra dalle forze di polizia, l'attenzione degli investigatori si era concentrata soprattutto su due pericolosi ricercati del gruppo degli scissionisti del clan Bidognetti: Setola e Di Caterino, appunto. Latitanti definiti ''molto armati e molto determinati a non farsi catturare''. A ricostruire il percorso criminale di Di Caterino e' stato di recente Oreste Spagnuolo, fino a pochi giorni fa uno degli affiliati al clan e oggi pentito. Ai pm Spagnuolo ha raccontato che ''il mio gruppo ha sempre fatto capo a Bidognetti Francesco'', detto 'Cicciott' e mezzanotte', da tempo detenuto, ''e alle persone che lo rappresentano sul territorio''. ''So che in un periodo immediatamente antecedente alla mia affiliazione'', che risale al 2000, ''il capo era Giuseppe Setola, ma questi fu arrestato pochi giorni prima che io entrassi a far parte del gruppo''. Subito dopo ''il referente del capo recluso'' sarebbe diventato Alessandro Cirillo, che gesti' il gruppo ''almeno fino all'inizio della sua latitanza, collegata al pentimento di Domenico Bidognetti... Due giorni dopo la notizia del suo pentimento Alessandro Cirillo si rese latitante e la gestione del clan passo' a Massimo Alfiero e Emilio Di Caterino'', per poi tornare saldamente nelle mani di Setola, dopo la sua evasione. Ai pm Spagnuolo ha fatto nomi e cognomi non solo degli affiliati veri e propri, ma anche di persone ''a disposizione'' del clan. Il gruppo ''si strinse attorno a Setola, che scelse Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e me. Praticamente eravamo noi quattro a fare tutto ma ovviamente avevamo una rete di persone che agivano per noi, una dozzina di persone; alcune di queste erano affiliate, stipendiati per poco meno di duemila euro al mese, ed altri erano semplicemente a disposizione, traendo profitto ed essendo legati al capo per amicizia e timore''. Tra le persone ''affiliate - racconta ancora il pentito - vi erano Emilio Di Caterino, Massimo Alfiero, tale Luigi Natale detto 'o' marano' di Casal di Principe, Metello Di Bona, Davide Granata, Giuseppe Guerra di San Marcellino, Massimo Amatrudi (per un periodo breve), Carletto Di Raffaele, Giuseppe Gagliardi), Pasquale Musciarella, Antonio Alluce ed altre che conosco di nome''. Tutte ''persone che 'giravano', nel senso che raccoglievano le tangenti per nostro conto e ce le consegnavano.
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lunedì 6 ottobre 2008
Arrestata anche la moglie di Sandokan, Giuseppina Nappa, nell'ambito dell'operazione Spartacus 3
Stipendi da mille a 4mila euro al mese - erogati dall’organizzazione criminale casalese e frutto di estorsioni, gestione di videopoker illegali, traffico di armi, riciclaggio, illecita concorrenza, venivano puntualmente versati alla famiglia Schiavone nella persona di Giuseppina Nappa (moglie del boss Sandokan) tra gli arrestati di spicco dell’inchiesta della Dda denominata “Spartacus 3”. Solo la famiglia Schiavone, che rappresenterebbe per numero di affiliati un terzo, circa, degli esponenti della criminalità organizzata del casertano, avrebbe pagato stipendi per 5 milioni di euro l’anno. In particolare la cosca un tempo capeggiata da Francesco Schiavone e ora affidata ai nipoti e alla moglie, Giuseppina Nappa, è composta, stando agli appunti contabili, da 146 persone divise in 11 gruppi. Per bilanciare questi costi e ritagliarsi una fetta di guadagnoconsistente per le famiglie dei capi, i Casalesi hanno messo in piedi una rete capillare di estorsioni. Anche questa, in parte ricostruita grazie alla documentazione ritrovata. Nei libri mastri compaiono le tangenti pagate da numerose società al clan, quali ad esempio quelle delle ditte impegnate nei lavori di ammodernamento della ferrovia Alifana, un sistema di trasporto regionale, che vanno dal 3 al 5 per cento dell’importo complessivo dei lavori. E ieri, al momento dell’arresto, Giuseppina Nappa, davanti a fotografi e cineoperatori ha ripreso il piglio di donna di comando e ha detto, alquanto seccata: «Non avete salvato l’Italia». La donna è stata arrestata nell’abitazione dei familiari del marito, dove vive con i sette figli, 5 maschi e due femmine. L’ordinanza emessa dal Tribunale di Napoli su richiesta della Dda è stata notificata alla donna alla presenza del difensore. Ai cineoperatori ed ai fotografi, al momento del trasferimento dalla Questura di Caserta al carcere è apparsa stanca equasi rassegnata, ma poi ha ritrovato vigore entrando nell’auto della polizia. Alla donna sono state sequestrate due auto ed una Vespa nuova di zecca. Giuseppina Nappa, che deve rispondere di ricettazione per avere incassato somme di denaro che l’organizzazione assicura ai familiari degli affiliati reclusi, fu già arrestata negli anni scorsi per truffa aggravata e favoreggiamento del clan dei casalesi, nell’ambito di un’indagine che portò in carcere 85 persone, tutte affiliate alla cosca e che riguardava, per la moglie di Sandokan, la gestione delle aziende agricole e zootecniche Selvalunga ed Abbate; aziende confiscate alcuni mesi prima del suo arresto e di quello di altre donne legate all’organizzazione camorristica.
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I Casalesi
Il profilo di Vincenzo Schiavone detto "copertone, nipote di Sandokan, arrestato nell'ambito di Spartacus 3.
Un killer spietato e senza alcuna pietà tanto che ne parlano di lui tutti i collaboratori di giustizia del clan dei Casalesi. Vincenzo Schiavone, è il figlio di Luigi Schiavone e nipote diretto di Sandokan considerato il vero reggente di tutta la cosca da lui guidata e dei suoi otto sottogruppi
e secondo la Dda ha tutte le carte in regola per diventare un boss del calibro dello zio, ma come
tutti ha il diritto di essere considerato innocente fino a prova contraria. Vincenzo Schiavone è conosciuto nella camorra come “’o copertone” per la sua scelta di firmare gli omicidi cui partecipa dando fuoco al cadavere della vittima, accanto al quale ammassa copertoni d'auto; un'abitudine che però gli costa ustioni al volto in un'occasione. I pentiti lo identificano non solo come killer, ma anche come il contabile del clan, colui che tiene il registro degli stipendi mensili. Massimo Pannullo il 13 aprile 2004 dice ai magistrati: «’O copertone si occupa di tutto nell'organizzazione
e specialmente di estorsioni»; e poi il 16 maggio: «La contabilità e la ripartizione degli stipendi
spettanti ai vari affiliati del gruppo era tenuta dai vertici del clan, Sebastiano e Nicola Panaro
(anche questi nipoti di Sandokan, ndr.), e Vincenzo Schiavone». Analoghe dichiarazioni le fanno
Cesare Tavoletta e Luigi Diana, che in un verbale dell'11 maggio 2006 precisa che «è collegato direttamente alla famiglia Schiavone con compiti di killer e gestione della contabilità del clan. Lo stesso percepisce uno stipendio di 1500 euro mensili». Vincenzo Schiavone di Luigi inoltre è imputato di alcune estorsioni aggravate dal metodo mafioso. In particolare in danno di una persona non identificata legata per motivi di parentela a Benedetto Di Caterino e a Salvatore Di Caterino. I pm ritenevano in particolare sussistenti una pluralità di convergenti elementi documentali idonei a dimostrare che Vincenzo Schiavone di Luigi nella qualità di materiale esecutore del reato e Panaro Nicola quale mandante ed organizzatore, costringevano un soggetto non identificato a versare loro varie somme di denaro a titolo estorsivo.
e secondo la Dda ha tutte le carte in regola per diventare un boss del calibro dello zio, ma come
tutti ha il diritto di essere considerato innocente fino a prova contraria. Vincenzo Schiavone è conosciuto nella camorra come “’o copertone” per la sua scelta di firmare gli omicidi cui partecipa dando fuoco al cadavere della vittima, accanto al quale ammassa copertoni d'auto; un'abitudine che però gli costa ustioni al volto in un'occasione. I pentiti lo identificano non solo come killer, ma anche come il contabile del clan, colui che tiene il registro degli stipendi mensili. Massimo Pannullo il 13 aprile 2004 dice ai magistrati: «’O copertone si occupa di tutto nell'organizzazione
e specialmente di estorsioni»; e poi il 16 maggio: «La contabilità e la ripartizione degli stipendi
spettanti ai vari affiliati del gruppo era tenuta dai vertici del clan, Sebastiano e Nicola Panaro
(anche questi nipoti di Sandokan, ndr.), e Vincenzo Schiavone». Analoghe dichiarazioni le fanno
Cesare Tavoletta e Luigi Diana, che in un verbale dell'11 maggio 2006 precisa che «è collegato direttamente alla famiglia Schiavone con compiti di killer e gestione della contabilità del clan. Lo stesso percepisce uno stipendio di 1500 euro mensili». Vincenzo Schiavone di Luigi inoltre è imputato di alcune estorsioni aggravate dal metodo mafioso. In particolare in danno di una persona non identificata legata per motivi di parentela a Benedetto Di Caterino e a Salvatore Di Caterino. I pm ritenevano in particolare sussistenti una pluralità di convergenti elementi documentali idonei a dimostrare che Vincenzo Schiavone di Luigi nella qualità di materiale esecutore del reato e Panaro Nicola quale mandante ed organizzatore, costringevano un soggetto non identificato a versare loro varie somme di denaro a titolo estorsivo.
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I Casalesi
Arrestati i tre scissionisti dell'ala bidognettiana dei Casalesi: sono i tre presunti strateghi del terrore: Spagnuolo, CIrillo e Letizia (nella foto.
«Bravi, ci siete riusciti». Sorriso sulle labbra, come se non sapessero che ad attenderli c’è con ogni probabilità il carcere duro ed una serie di ergastoli, i tre superkiller dei Casalesi, a capo di una fronda di scissionisti che aveva dato il via alla strategia del terrore, si sono complimentati con i carabinieri che li hanno stanati ieri mattina, in due villette poco distanti l’una dall’altra. Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo si nascondevano sul litorale, la stessa area dove hanno compiuto, secondo l’accusa, la strage di San Gennaro e vari altri omicidi e ferimenti negli ultimi mesi. L’area è sulla linea di confine tra i Comuni di Quarto e Giugliano. I tre killer erano armati fino ai denti, ma non hanno fatto in tempo a usare pistole e mitra all'arrivo dei Carabinieri. A carico di Spagnuolo e Cirillo i pm della Direzione distrettuale antimafia avevano emesso poco dopo la strage di Castelvolturno (un italiano e 6 africani uccisi) un provvedimento di fermo per strage. Appena 4 giorni dopo gli agenti della Squadra Mobile avevano arrestato Ferdinando Cesarano, presunto evaso agli arresti domiciliari per andare a commettere la strage. Il fermo è stato poi confermato dal gip. Per Letizia, invece, manca la prova di un coinvolgimento diretto, ma era comunque ricercato da tempo per associazione camorristica. Nel covo i carabinieri hanno sequestrato tra l'altro 2 kalashnikov e due pistole calibro 9x21, fucili a pompa e numerose munizioni. Potrebbero essere le armi usate per la strage di San Gennaro, lo stabiliranno le perizie balistiche. All'interno dei villini, tra il materiale sequestrato, anche pettorine con la scritta “Carabinieri”, paline del ministero della Difesa, passamontagna e parrucche. Non c'erano altre persone all'interno delle abitazioni e, secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri, è probabile che i tre stessero lì da poco tempo. Sequestrate dai carabinieri anche moto e macchine che erano nella disponibilità dei tre latitanti. In particolare, due motociclette sono simili a quelle adoperate in omicidi recenti, compreso il delitto di Raffaele Granata a luglio scorso, titolare di uno stabilimento balneare che non voleva pagare il “pizzo”. Nelle due ville sono stati trovati anche quotidiani locali che raccontavano della strage di Castelvolturno e della morte dei due poliziotti morti durante un inseguimento a Villa Literno. Ma sono state trovate anche cibi di prima scelta come le aragoste, e poi computer portatili e televisori al plasma. Le indagini continuano per risalire ad eventuali coperture e fiancheggiatori dei tre latitanti. L'obiettivo del gruppo di fuoco sgominato ieri era chiaro: fermare tutti coloro che opponeva resistenza, tutti coloro che avevano intenzione di collaborare con le forze dell'ordine. È lunga la lista degli omicidi riconducibili all’ala scissionista di ex bidognettiani: il padre del pentito Domenico Bidognetti, l'imprenditore Domenico Noviello, uccisi entrambi lo scorso maggio, Michele Orsi, anche lui imprenditore, ucciso a giugno scorso, Raffaele Granata, titolare di uno stabilimento balneare del litorale domizio. Hanno anche preso parte agli agguati contro un gruppo di albanesi, nigeriani e in ultimo la strage degli immigrati a Castelvolturno e all’omicidio del titolare di una sala giochi Antonio Celiento. Per cena aragoste, spumante messo al fresco in frigo, mentre in dispensa chili di carne, salsicce, una vera e propria cornucopia per una latitanza che nelle loro intenzioni sarebbe stata molto lunga. Invece i carabinieri del Comando provinciale di Caserta hanno fatto terra bruciata attorno a Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo, i tre presunti killer del gruppo di fuoco dei Casalesi, e all'alba di ieri sono entrati in azione in quelle due villette di via Cupa Reginelle e via Cupa del Sole, zona di confine tra Quarto e Giugliano. Una zona residenziale, con decine di villette a schiera unifamiliari e tra quelle case ultimate da poco, erano nascosti Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo. Spagnuolo abitava da solo, in una villetta alla fine di via Cupa Reginelle. All'interno del covo i carabinieri hanno trovato un vero e proprio arsenale, ma anche chili di carne, decine di bottiglie di the al limone e, addirittura, scatole di semolino per bambini e biscotti Plasmon. Secondo i militari, quella roba è la dimostrazione che durante la latitanza, Spagnuolo avrebbe potuto ospitare la moglie ed il figlioletto. Quattro scalini e poi si accede all'angolo cottura, mentre sul retro affacciano le due camere da letto, trasformate da Spagnuolo in una sorta di deposito dove conservare cibo, armi, munizioni, pettorine false dei carabinieri, parrucche. A poche centinaia di metri, svoltata la strada, l'altra villetta immersa nel verde, divisa su due piani e con accesso al terrazzo attraverso una scala. È lì dentro che i carabinieri hanno fermato ed arrestato Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo. Al piano terra i carabinieri hanno rinvenuto i famigerati kalashnikov che sarebbero stati usati nella strage di Castelvolturno. Fucili, proiettili e su un tavolino decine di dvd masterizzati di film hard e cd di musica napoletana. Un arredamento scarno, ma curato dal punto di vista tecnologico, con due televisori al plasma da 30 pollici, mentre al piano di sopra i due latitanti avevano camere da letto separate. I tre latitanti sono stati colti di sorpresa ed all'arrivo dei carabinieri hanno tentato di disfarsi delle pistole, gettandole in giardino, ma i militari hanno iscoperto tutto e li hanno arrestati.
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I Casalesi
Scacco ai Casalesi: 107 arresti, nel computer del boss tutti i capi suddivisi per zona.
Il giorno dopo la celebrazione dei funerali dei due agenti morti per combattere la camorra casertana lo Stato fa sentire la sua presenza. E lo fa infliggendo uno dei colpi più duri che siano mai stati inferti al clan dei Casalesi. Capi, gregari, professionisti insospettabili: ci sono quasi tutti tra i 107 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Capuano su richiesta della Dda di Napoli. Non a caso l’operazione è stata denominata “Spartacus 3”. Per eseguire gli arresti ci sono voluti 500 agenti. Degli arrestati 27 erano liberi, 76 detenuti, 4 sono latitanti. Contemporaneamente agli arresti 600 finanzieri dei reparti del comando provinciale di Napoli e dello Scico hanno eseguito sequestri di beni pari a 100 milioni di euro. Come accertato dagli investigatori, le redini del clan dei Casalesi continuano ad essere ancora in mano a Francesco Schiavone, alias “Sandokan”, alla moglie Giuseppina Nappa, ai nipoti Nicola Panaro, latitante, Sebastiano Panaro, Vincenzo Schiavone, alias “petillo”, ed al boss Mario Caterino, attualmente latitante, condannato all’ergastolo con la recente sentenza “Spartacus”. Otto i gruppi che fanno parte del clan dei Casalesi. Il gruppo principale è quello di Casale, retto dal capo indiscusso Francesco Schiavone. Il secondo è capeggiato da Giuseppe Russo,detto il “padrino”. Il terzo, con competenza tra Santa Maria Capua Vetere e Capua, è attualmente gestito da Vincenzo Conte, alias “nas ’e cane”. Il quarto gruppo è retto da Salvatore Cantiello, alias “Carusiello”. Il quinto gruppo è quello cosiddetto dei sanciprianesi con competenza esclusiva nel comune di San Cipriano d’Aversa, diretto dai boss Giuseppe Caterino, “peppinotto”, e Antonio Iovine, “ninno”. Il sesto gruppo, diretto dal boss Giuseppe Papa, ha il suo nucleo centrale in Sparanise e Pignataro Maggiore. Il settimo, capeggiato da Raffaele Della Volpe, ha per competenza territoriale Aversa. L’ultimo gruppo è retto da Giorgio Marano competente per Trentola Ducenta e Teverola. Su tutti domina la famiglia Schiavone che controlla la quasi totalità delle attività illecite e gestisce la cassa comune con cui pagare gli stipendi ai vari affiliati (circa 300mila euro al mese) dai proventi delle attività illecite. Oltre agli arresti, ieri mattina sono stati sequestrati beni per 100 milioni di euro. L’attività svolta dagli specialisti del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e dello Scico ha consentito di denunciare 192 prestanome dei Casalesi, di circa 120 società e ditte individuali. Sequestrati, inoltre, oltre 300 tra beni mobili ed immobili (terreni, fabbricati, autoveicoli, cavalli). Sigilli anche ad un negozio di articoli sportivi intestato a Gianluca Bidognetti (figlio di Cicciotto ’e Mezzanotte), e ad un negozio di dischi intestato a Carmine Schiavone (figlio di Francesco alias Sandokan). Le estorsioni ai cantieri servivano per pagare gli stipendi agli affiliati. In un anno il clan Schiavone ha “versato” cinque milioni di euro ai suoi affiliati. È quantoemerge dal computer del capoclan Vincenzo, sequestrato nel corso della maxi-operazione di ieri.
Le indagini hanno preso spunto proprio dal ritrovamento durante una perquisizione eseguita presso l’abitazione di Schiavone Vincenzo, alias Copertone, di diverse liste riportanti, divisi per zona, i nominativi degli affiliati e rispettivi capi zona e lo “stipendio” percepito da ciascuno di essi. Le estorsioni ottenute ai danni del cantiere della ferrovia Alifana, ad esempio, sono state gestite in società con il clan Mallardo, che opera nella zona a nord di Napoli, per il tratto di lavori compreso tra Giugliano (un comune del napoletano) e Aversa (nel casertano), mentre per la parte da Aversa a Piedimonte Matese la riscossione è stata curata solo dalla famiglia Schiavone che ha incassato oltre 100 milioni di euro. Tra le attività estorsive (numerosissime) poste in essere dagli affiliati al clan, di particolare rilievo è quella effettuata ai danni dei fratelli Orsi,
impegnati fino all’anno 2004 nella raccolta dei rifiuti solidi urbani nell’area Ce4 (Castel Voltuno, Mondragone, Grazzanise, S.Maria la Fossa), costretti a versare la somma di 125 mila euro. L’imprenditore Orsi è stato poi ucciso davanti ad un bar di Casal di Principe. I proventi delle tangenti venivano anche ripartite tra i clan a seconda delle zone geografiche d’influenza. Tra i beni sequestrati nel corso dell’operazione della notte scorsa, per un valore totale di oltre 100 milioni di euro, figurano 43 società, 134 immobili, 13 cavalli e oltre 30 auto di lusso. Per portare a termine le 31 perquisizioni, i sequestri, e il controllo di 165 indagati a vario titolo nell’inchiesta (prestanome, imprenditori, commercianti) la Guardia di Finanza ha utilizzato 540 uomini e 63 investigatori dello Scico.
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Ecco come i boss dei Casalesi sottoposti al carcere duro riescono a parlare con l'esterno!
Dopo l’applicazione, scattata lo scorso agosto per i capi storici dei Casalesi, ovvero Francesco «Sandokan» Schiavone e Francesco Bidognetti detto «Cicciotto ‘e Mezanotte», le restrizioni più pesanti del «41 bis» colpiscono altri affiliati alla cosca criminale casertana. Se per Schiavone e Bidognetti era stata una lettera di condoglianze «cifrata» (contenente l’ordine di eseguire una sentenza di morte) a chiudere ancora di più i rubinetti della già limitata libertà del 41bis, per gli altri affiliati i motivi riguardano altri metodi di «comunicazione». Che sono confluiti in una sorta di monitoraggio eseguito nelle carceri dalla Direzione nazionale antimafia e dai reparti speciali della polizia penitenziaria: si va dai messaggi sui fazzolettini per il naso, di cui è stato protagonista il boss pentito a metà Augusto La Torre, ai colloqui tra detenuti e familiari in carcere, a volte anche pentiti (come accaduto per i fratelli Luigi e Alfonso Diana) e ad altri sistemi rilevati dagli 007 dell’antimafia che sono stati usati, in alcuni casi, anche da esponenti della cosca dei Casalesi. Nella fattispecie, colloqui tra detenuti di diverse organizzazioni nel momento di socialità; passaggi accanto o sotto le finestre di reclusi con cui si vogliono scambiare notizie; consegna, da parte di un detenuto ad altro detenuto, di bigliettini scritti, facendoli passare attraverso cordicelle da una finestra di celle poste ai piani superiori rispetto a quella dell’obiettivo; biglietti nascosti dietro i termosifoni delle docce; colloqui diretti fra detenuti quando si trovano insieme in videoconferenza; messaggi a voce ai detenuti che poi vengono trasferiti ad altri penitenziari e addirittura finti procuratori legali che in aula si avvicinano alle gabbie dei detenuti; occultamento di messaggi scritti in panini morsicati e lasciati poi nella gabbia in aula; messaggi tramite agenti corrotti; simulazioni di gravi stati di salute per poter raggiungere i centri clinici dove sono più facili i contatti con familiari o medici di fiducia; fazzolettini nascosti nelle fodere degli abiti; messaggi convenzionali attraverso lettere che passano la censura del carcere. Sono alcune decine, allo stato i boss del crimine organizzato casertano ristretti da anni o, alternativamente, nei penitenziari di massima sicurezza al regime di 41 bis. Era al regime di 41 bis ma oggi è ricercato per omicidio - in quanto ritenuto del gruppo di fuoco che ha seminato terrore sul litorale domizio con le uccisioni di Domenico Noviello e Raffaele Granata (il primo titolare di una autoscuola, il secondo di uno stabilimento balneare) – anche Giuseppe Setola, presunto mandante delle estorsioni al Vassallo Park Hotel di Castelvolturno. A gennaio la Corte d’assise di Santa Maria Capua Vetere aveva mandato Setola agli arresti domiciliari per poter curare la «grave patologia retinica» che — stando a una perizia medica — l’avrebbe reso poco meno che cieco.
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mercoledì 20 agosto 2008
Arrestato il ras della fazione dei Liternesi dei Casalesi Cesare Tavoletta
Era riuscito ad evitare l’arresto durante il blitz del primo luglio, operazione anticamorra che aveva decimato il clan Tavoletta-Ucciero, ma non è sfuggito allo sguardo vigile di un carabiniere libero dal servizio che partecipava ai festeggiamenti in onore della Madonna. Quando i militari della compagnia di Casal di Principe, sono intervenuti, Cesare Tavoletta, reggente dell’organizzazione, ha cercato di far perdere le proprie tracce tra la folla, alcune migliaia di persone in piazza per la festa, ma è stato bloccato dopo un breve inseguimento nei pressi del viale Margherita. Cesare Tavoletta, trentacinque anni, figlio di Gaetano Tavoletta, da non confondere con l’omonimo cugino, ex baby boss, figlio del capostipite del clan Pasquale Tavoletta, detto Zorro, divenuto alcuni anni fa collaboratore di giustizia. L’esponente del clan dei Liternesi era in compagnia della moglie e dei figli. Il carabiniere in borghese, dopo averlo riconosciuto, ha immediatamente chiesto rinforzi, senza mai perdere di vista il pluripregiudicato, che era latitante dal diciassette aprile. Sul trentacinquenne latitante pendevano due ordinanze di custodia cautelare in carcere, la prima del diciassette aprile nell’ambito dell’operazione Domizia per il reato di illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso nel mercato del noleggio dei videopoker, la seconda del primo luglio, denominata Liternum’. In questo secondo caso le accuse contestate riguardano i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico, per aver preso parte all’omonimo clan e di estorsione aggravata. Gli viene contestata, in particolare un’estorsione ai danni dei fratelli Angelo e Mario Russo, soprannominati “Schiaffino”, titolari di un supermercato. Sarebbero stati portati a casa di Cesare Tavoletta e costretti a monetizzare numerosi assegni di dubbia provenienza e privi di copertura. Gli episodi si sarebbero verificati tra il mese di novembre del 2003 ed il febbraio dell’anno successivo con la complicità di Antonio Di Fraia e di Vincenzo Ucciero, entrambi deceduti. Tavoletta fa parte della fazione dei Casalesi detta dei “Liternesi”, i Tavoletta-Cantiello, per anni in guerra con quella capeggiata dal boss Francesco Bidognetti e dai figli Aniello e Raffaele per il predominio del litorale domizio del business delle estorsioni. Il malvivente, che era riuscito a sfuggire all'operazione che lo scorso 1 luglio aveva colpito pesantemente le due fazioni con l'esecuzione di 27 ordinanze di custodia cautelare sulle 32 emesse dai magistra è stato rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
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